Un po di Storia...

Montebuono è un piccolo borgo di circa 1.000 abitanti che si trova nel cuore della Sabina.
Sorge a 325 mt s.l.m. e dista 65 km da Roma e 38 km circa da Terni e da Rieti.


Il paesaggio è ricco di panorami che spaziano dai Monti Cimini, al Soratte e ai Monti Sabini: questo giro completo d'orizzonte diventa suggestivo negli interminabili tramonti estivi.
La zona è prevalentemente collinare con un unica eccezione: il monte S. Benedetto che protegge il paese dai venti freddi del nord favorendo un clima mite tutto l'anno (da cui il nome Montebuono).
Se si sale sulle pendici del monte e si ha la fortuna di incappare in una chiara giornata senza foschia, con l'ausilio di un buon binocolo si può addirittura vedere il "Cupolone" di San Pietro

 

Gli scorci interni del paese sono quanto mai graziosi e suggestivi: archi, archetti, ballatoi e scalette di accesso alle abitazioni, quasi tutte esterne per guadagnare spazio ed i portoni in legno delle vecchie cantine fanno rivivere un'atmosfera di vecchie cose perdute...
....il profumo che sale nei vicoli ad ottobre, durante la vendemmia è quanto mai inebriante.

 

 

In realtà, analizzando proprio il centro storico di Montebuono, anche oggi, se ne individuano le origini tipicamente romane, esso infatti doveva essere una fortificazione o un accampamento militare romano, la sua struttura urbanistica ne richiama le caratteristiche primarie: pianta quadrata al centro della quale corre da una porta all'altra il "decumanus maximus" (l'odierna Via Garibaldi) parallelo ad esso corrono due vie: i "decumani inferiori" (le odierne Via Galluzzi e Via Iugoli) queste vie vengono attraversate perpendicolarmente da altre strade cosidette "kardi" (Via Marco Agrippa, via Carlo Alberto).


Certo è che nel territorio di Montebuono sono tante le "spie" di un passato di epoca romana, le cisterne ad esempio: due immediatamente vicine S. Pietro, due sul colle sovrastante in zona Coste Adriane (che curiosa denominazione, chissà da dove viene), poi le cosidette "grotte di S. Donato" vicino S.Andrea; una tale quantità di acqua conservata non può che far pensare ad un insediamento molto più importante di una villa rustica isolata. Quà e là nel territorio vari resti di opus reticolatum tipica muratura romana; le denominazioni dei luoghi (Colle Agrippiano ..Coste Adriane ..la vecchia provinciale da sempre detta "strada romana" che congiunge la zona di S.Pietro con il centro storico). Nel terreno adiacente S.Pietro si vedono anche oggi i resti delle imponenti murature e vari resti di opere murarie presumibilmente attribuibili a quello che erano gli ambienti termali della villa ed i resti della esedra già descritta dal Guattani..

Montebuono affonda le radici della sua storia nella Roma imperiale come testimoniano i resti imponenti della villa di Marco Agrippa (63-12 a.C.), console, amico e genero di Augusto. L'abitato di Montebuono visto sotto il profilo topografico non fa altro che confermare la sua formazione di epoca romana, il suo schema costruttivo, tipico del Castrum romano, è infatti, presente in tutto l'abitato che, a pianta quasi rettangolare, è posto su di un ripiano roccioso a circa 325 mt sul livello del mare.
Testimonianze di questa origine se ne possono trovare ovunque: a poca distanza dal paese lungo la strada che porta a Magliano Sabina vicino alla Chiesa di S. Pietro AD CENTUM MUROS, si possono vedere ancora oggi i resti in OPUS RETICOLATUM di una villa romana.
Uno storiografo quale è il Piazza, asserisce che Marco Agrippa, costruttore del Pantheon, avrebbe scelto la zona di Montebuono per trascorrere le vacanze e che sul "Colle Grignano" costruì la sua villa e le terme.
Il Guattani che fu tra i primi scopritori ed estimatori dei resti di questa imponente villa, ne annotò i particolari costruttivi grazie ai quali oggi possiamo sapere come era formata.
I particolari descritti dal Guattani sono: un androne sorretto da contrafforti, un muro di recinzione, i resti di un'esedra, due serbatoi d'acqua, una camera a volte con il bagno nel centro, i frammenti di un cornicione e delle colonne in granito e cipollino (nella Chiesa di S. Maria Assunta ce ne sono due identiche usate per sostenere il palco dell'organo che, con ogni probabilità, sono provenienti dalla villa).
Uno degli elementi che può confermare l'ipotesi del Piazza riguardante la costruzione della villa di Marco Agrippa in Montebuono può essere dato da due iscrizioni in marmo ritrovate nei pressi della Villa e ora incastonate sulla facciata del vecchio edificio comunale recante la scritta "M. AGRIPPAE L. F. COS" e un' altra poi scomparsa, (ma documentata sia dal Piazza che dal Guattani) "MARCUS AGRIPPAE CONSULARIS - TRIBUNITIA POTESTATE F." .
Altra testimonianza potrebbe essere data da un'iscrizione murata sopra la porta del campanile della chiesa di S. Pietro, che dice "FORTUNAE SACRUM" da cui alcuni storiografi trassero le conclusioni che la chiesa fu eretta sopra le rovine di un tempietto dedicato alla dea Fortuna.
Si hanno poi notizie anche di un antico calendario ritrovato nel 1795 ed ora conservato nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura a Roma.
Ma fra tutti i frammenti di iscrizioni e di bassorilievi ritrovati, il più carico di mistero è quello, anche esso murato sul lato della Chiesa di S. Maria Assunta, raffigurante una donna austera seduta in trono, ai lati del quale, più in basso, quattro genietti che sorreggono una falce. E' la dea Vacuna dei Sabini ?.........

CERCANDO VACUNA... di A. Sebasti

L'ho trovata. È stata un'intensa emozione. Perché da vari mesi andavo compulsando i diversi testi nei quali gli studiosi di storia locale avevano menzionato quella che è considerata come la maggiore divinità (insieme a Sabo) della Sabina pre-romana e romana, ma la cui immagine non si concretizzava in alcuna rappresentazione materiale. Finora, infatti, nessun museo della Sabina può esporre una statua, un bassorilievo o una moneta che mostri l'effigie della dea.
Quasi che la stessa volesse effettivamente nascondersi alla vista degli attuali abitanti dell'ampia zona nella quale, in un tempo molto lontano, era stata diffusamente venerata.
Ma anche allora, all'apice del culto di cui era oggetto, la sua immagine rimaneva sfuggente, indefinita... "Vacuna apud Sabinos, plurimum colitur dea, quae est sub incerta specie formata" (Porfirione, lib. I - lett. 10).
Questa indeterminatezza delle forme, insieme alla suggestione del "suono" del suo nome che evoca spazi ed echi infiniti nelle forre dei boschi a lei consacrati ("vacuna nemora") mi affascinava ulteriormente.
Anche le epigrafi, non numerose, riportate nei testi mi sembravano in un primo momento, narrare poco della dea. Vediamo per esempio, quella rinvenuta a Cerchiara (Poggio Fidoni):
"PRO REDITU L(ucii) ACESTI EX AFRIC(a)
VOVI VACUNA AREDIA DAP(hna)
ET C(aius) POMPONIUS
V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito)"

Anna Roselli così la traduce "Io Aredia Dafna, insieme a Caio Pomponio, ho offerto in dono (questo oggetto) a Vacuna, in ringraziamento del ritorno dall'Africa di Lucio Aceste" - Ma prescindendo dalle sole parole, le palmette e la corona lemniscata (rami di palma ornati di nastri di lino intessuto di fili d'oro e d'argento) incise sulla pietra al di sotto della dedica, erano presso i Romani, doni simbolici per i combattenti vincitori. Così la Roselli nell'analisi che ne fa, mi ha aiutato a comprendere vari aspetti sia del periodo (guerre d'Africa, antecedente il I° sec. a.C.) in cui l'epigrafe era stata incisa, che una delle caratteristiche attribuite in epoca romana a Vacuna, cioè all'associazione che ne facevano alla dea Vittoria: infatti era stata concessa la grazia di far tornare sano e salvo, e vincitore, un soldato dalla guerra.
Questa considerazione ci fa da chiaro collegamento con il "fanum" arcaico dedicato a Vacuna/Vittoria sull'isola galleggiante del lago di Cotilia (identificabile con quello di Paterno), descritto in modo suggestivo da Dionigi di Alicarnasso, nelle sue "Antichità Romane". Ecco forse illuminarsi un'altra faccia della dea: la statuetta alata di bronzo, rinvenuta nell'agro reatino tra Monteleone e Cascia, che G. Pansa acquisì alla sua collezione privata nel 1920 e nella quale volle scorgere un'immagine di Vacuna/Vittoria.
Un'altra possibile rappresentazione della divinità, particolarmente suggestiva di per sé e per il luogo dove è stata rinvenuta, ce l'ha descritta nel 1970 C. Verani.
Scolpita in una stalattite, nel profondo della grotta sul Tancia, una figura femminile si celava agli occhi curiosi, ma emozionati, del visitatore - Si "rivelava", perché ora anch'essa è scomparsa, trafugata, sembra da un ventennio.
Seguiamo comunque le acute osservazioni del Verani ...A quando risale la statua della dea? Forse all'età del ferro, o alla tardissima età del bronzo? Certo, nella volumetricità conclusa del suo modellato, nella ermetica ieraticità arcaica, ci ricorda un poco la più recente "Kore di Delo" ma meno evoluta, più rude, più rustica; appartiene alla scultura fiorita da una comune cultura artistica mediterranea, che si estende dalla Sardegna alle Cicladi e alle Sporadi nell'Egeo. Anticipa le statue lignee ed è nata all'alba della protostoria. Si amplia in modo affascinante l'orizzonte di questo culto primordiale, e meriterà uno studio dedicato.
Ma tra le altre caratteristiche che i Romani attribuivano a Vacuna, vi era anche quello connesso al culto del fuoco sacro. Infatti Varrone, nel suo elenco di divinità romane di origini sabine include anche Vesta, alla quale Numa Pompilio, re romano di origini sabine dedicò un tempio che sorgeva probabilmente sul Quirinale. Era di forma rotonda, e al centro custodiva il sacro fuoco perpetuo.
Dunque, anche se la mia ricerca di una "solida", tangibile Vacuna non era molto avanzata, avevo trovato un nuovo spunto da approfondire. Sono andato dunque a rileggere nei "Monumenti Sabini" del Guattani la descrizione del "bassorilievo di Montebuono" e le deduzioni che ne traeva in base a quanto Ovidio aveva cantato nei "Fasti" (l. VI), accomunando le cerimonie con il culto del fuoco di Vesta e di Vacuna ..Ante focos olim longis considere scamnis mos erat: et ..credere adesse Deos - Venit in hos annos aliquid de more vetusto, fert missas Vestae pura patella cibos. Quindi scendendo a Vacuna ed ai suoi riti Nunc quoque cum fiunt antiquae sacra Vacunae - ante Vacunales stantque sedenteque focos (anche oggi durante le feste della vetusta Vacuna seduti o in piedi si sta davanti ai focolari vacunali).
Le immagini della bella incisione di questo bassorilievo riportata dal Guattani sembrano realmente materializzare i versi del poeta: questa donna che maestosamente emerge da dietro un altare o pulpito, attorniata da quattro genietti con fiaccole accese (culto del fuoco), e sotto l'altare figure circolari (bracieri o patere per l'offerta di primizie?) e rettangolari (panche o scanni?).
Questa raffigurazione, sia pure sotto forma di disegno, era quella che senza dubbio più si avvicinava all'idea che mi ero fatto dei culti vacunali.
Tutti gli studiosi davano per disperso anche questo bassorilievo, con l'eccezione di M. C. Spadoni che nel suo recente e interessante libro sui Sabini riferiva che il reperto si trovava "nel Museo", ma riportando solo il disegno/incisione del Guattani.
Telefonai, ansioso, al Comune di Montebuono:"Non abbiamo ancora un museo - mi rispose gentilmente il Sig. Francioli - perché, le interessa qualcosa in particolare?" Gli spiegai, ormai rassegnato, il motivo della mia richiesta - "Ma certo che l'abbiamo ancora il bassorilievo, è murato in una nicchia del muro esterno della nostra chiesa".
Profondo è stato il piacere di "accarezzare" quel marmo, consunto e travagliato dal vento, dalle piogge e dagli uomini, nel quale Vacuna aveva concesso di assumere una qualche forma per il culto dei suoi devoti. Quel marmo (definito dal Guattani "a giaccione" o "a specchi, con miche grandi e cristalline") soprattutto ci trasmette, dopo più di tremila anni, ancora la diretta sensazione e la profonda emozione di ciò che doveva essere questo rito del fuoco e della natura, della fecondità e del mistero della vita stessa, ruotante intorno alla divinità.
Occorre sicuramente riservare al più presto a questo bassorilievo - simbolo dell'antica Sabina, una sede più degna e prestigiosa.
Termino con la suggestiva interpretazione che Claudio Simoni ("Il sentiero d'oro - immagini della religione romana") ci ha fornito del culto di questa divinità:
"Vacuna è un esempio di soggettivizzazione dell'oggettività propria di un popolo. Ogni popolo, qualunque popolo, ha dei veggenti che alternando la percezione dei sensi, entrano in relazione con le noumenie del circostante. Tali forme bloccano l'Attenzione del Veggente (o il Veggente su tali forme blocca la sua Attenzione) ed essendo la relazione così formata, funzionale al popolo o alle genti di cui il Veggente è espressione, questa forma diviene comune all'intero popolo e primo gradino da raggiungere a chi, in tale popolo, altera la percezione sviluppando e dilatando la propria Coscienza.
Tale forma prende nome; non importa se è Silvano, lo spirito del bosco. Lo spirito del bosco resta come soggettività in sé, i nomi e gli aspetti sono elementi soggettivi del veggente e dei popoli.
Vacuna è una Coscienza con la quale i Sabini erano in relazione. Il fatto che gli scolastici l'assimilino a Diana, Minerva o Vittoria dimostra che costei in realtà era essenza dell'esistente capace di canalizzare le tensioni dell'espansione di un popolo dalla cui relazione prendeva e donava forza.
Pertanto Vacuna non è né Diana, né Minerva, né Vittoria; è Vacuna spirito del popolo Sabino in relazione col circostante; con i loro boschi, con i loro animali, con i loro pascoli".

Citazioni:
A. Roselli - Una epigrafe da Poggio Fidoni nella rivista "Il Territorio" anno I n. 2, 1984/85.
C. Verani - La grotta di San Michele sul Monte Tancia - sacello pagano e santuario cristiano nella rivista "Lazio ieri e oggi" n. 4/6 - 1970.
M.C: Spadoni - I Sabini nell'antichità ed. D.E.U.I. - Rieti 12/2000


La modalità di simili reperti non ci permette purtroppo di stabilire un legame di appartenenza delle iscrizioni e dei bassorilievi alle murature in loco e, nonostante la ricchezza di elementi classici nei documenti conservati nell'abbazia di Farfa, la nascita di Montebuono non è documentata, mentre sono invece ricchi di citazioni per i paesi vicini. Montebuono si trova però citato nel registro del monopolio del sale redatto all'epoca di Cola di Rienzo e forse proprio da lui scritto, in questo registro risulta che il paese aveva l'obbligo di comperare da Roma " QUARANTA RUBRA SALIS " ogni sei mesi.
Questa notizia ci permette di conoscere con una certa approssimazione la popolazione di Montebuono nella metà del XIV secolo. Infatti, sapendo che un rubbio equivale a 294,46 Kg e che un cittadino consuma circa 7 Kg di sale ogni anno e considerando anche il largo uso di carni salate che si faceva in quel tempo, si può dire che il paese era abitato da circa tremila persone.
Considerando che abitazioni medievali non sono presenti oltre il perimetro cittadino già romano si può concludere che la popolazione nel XIV secolo abitò nel paese senza modificare l'antico aspetto.
Un'indagine archeologica delle costruzioni non rivela tracce importanti e l'edilizia civile sembra che segua una norma generale, comune nell'architettura italiana, che vede le facciate che danno sulle strade principali cariche di elementi decorativi di gusto rinascimentale o barocco, mentre nelle parti che affacciano sugli stretti vicoli gli edifici conservano gli archi di scarico, le feritoie e gli archivolti tipicamente medievali.
Dall'esame dei resti esistenti è difficile dire se il paese avesse o meno delle mura di difesa o delle porte di accesso. Gli unici elementi che abbiamo a disposizione sono due torri di difesa poste sul lato est di epoca sicuramente medievale, e una "posterula" piuttosto modificata e quindi difficilmente databile.
Tralasciando la descrizione della chiesa parrocchiale (S. Maria Assunta) che è stata più volte modificata, ma sicuramente edificata nel '400 (MCCCCVIII - T. S. DIE V M (EN)S MAGI si legge sulla porta d'ingresso), è il caso di prendere in esame il monumento medievale più importante di Montebuono : la chiesa di S. Pietro ad centum muros, di cui si è già parlato.
L'edificio appare nel Regesto di Farfa solo dopo il 1000, mentre risulta controversa la sua origine, la leggenda vorrebbe attribuirla ad età paleocristiana o addirittura ad una predicazione dello stesso S. Pietro.
Quando nel 1666 fu demolito l'altare maggiore, fu trovato l'atto di consacrazione della chiesa con il sigillo di cera rossa. L'atto era firmato da "Janus Episcopus Sanctae Sedis Soviniensis Ecclesiae".
Il prezioso documento è andato smarrito, ma alcuni studiosi hanno discusso se era da datarsi al 944 o al 1044, mentre il Palmegiani parla del 1200.
In origine la chiesa era formata da tre navate con il presbiterio leggermente rialzato e il campanile di fronte all'entrata; tutto intorno all'abside correvano subsellia che erano visibili fino a prima della seconda guerra mondiale oggi la navata di sinistra è completamente distrutta come pure il protiro che precedeva l'ingresso principale.
Un restauro che possiamo datare alla seconda metà del XII secolo ha dato alla chiesa l'attuale struttura della navata di destra consistente in una muratura di divisione con la navata centrale composta con blocchetti di pietra locale sistemati in filari orizzontali e sostenuta da arcate a sesto ribassato.
Gli affreschi che coprono le pareti dell'abside, della navata di destra e dell'ingresso, sono dovuti in gran parte ad un certo Jacopo da Roccantica, della scuola del Coleberti, il quale lasciò la sua firma sulla parte absidale con la relativa datazione, oggi illeggibile: 1451 HOC OPUS F. F. LE BONE DONE DE MONTEBONU - ADH MAGISTER IACOPUS DE ROCCA ANTHIQUA DEPINCIT
Nell'abside, forse ricavata da un'antica sala romana sono raffigurati una Natività, una Madonna in trono e un Giudizio Universale.
Alcuni affreschi del 1400 ricoprono spesso altri dipinti più antichi.
Altro importante richiamo storico-artistico di Montebuono è la chiesa di S. Giovanni Evangelista, interessante anche un monumento sepolcrale del 1675 opera di Giuseppe Sabuzi
L’originale villaggio rurale pagus si trasformò in fortezza castrum come si desume da una descrizione del 478 d.C. al tempo di Odoacre e tale rimase fino al secolo XIV.
Durante questo periodo ci furono gravi desolazioni ed ingenti danni a causa di invasioni barbariche prima e delle scorrerie dei Saraceni poi.
Nel XIV secolo si trasformò in castello e divenne retaggio degli Orsini e dei Savelli fino allo scadere del XVI secolo quando il papa Sisto V tolse ai principi i diritti feudali ed insediò un podestà residente a Collevecchio.
Questa situazione durò fino al 1798 quando le truppe napoleoniche fecero prigioniero Papa Pio VI e costituirono capoluogo del circondario Magliano Sabina, abolendo tutte le strutture giurisdizionali dei feudi.
Montebuono, seguendo la sorte di Magliano, fu tolto allo Stato Pontificio e assegnato allo Stato Italiano